RESPONSABILITA’ e PARKOUR

Volevo poi spendere 2 parole su quanto successo a Fermo, partendo dal fatto e dalle considerazioni uscite sulla pagina dei Milan Monkeys che condivido al 100%, senza tralasciare le importanti riflessioni di Rhizai e questo altro articolo, altrettanto condivisibile. Concedetemi anche qualche paragone con il mondo della montagna e dell’apinismo.

I media: come sempre, superficiali e senza nessuna voglia di capire o indagare. Incompetenti e incapaci. Ma come dire, ci siamo abituati (e anche per tante altre cose oltre il parkour): sappiamo che il loro meccanismo è lo scoop e il sensazionalismo, non la ricerca o l’approfondimento.  Saro’ ormai un po’ arreso, ma qui io mi gioco la carta dell’autoresponsabilità e della responsabilità delle situazioni che posso contribuire a far funzionare: sono io il mio messaggio, la mia persona, come mi alleno, questo blog e quello che dico / scrivo ai passanti e ai giornalisti. Io so di essere coerente (o ci provo almeno): non uso i media per farmi pubblicità facendo 2 salti sui materassi, perchè in quel caso, poi devo essere pronto a essere usato dai media.

Quindi per quanto mi soffermo a sentire certe definizioni di parkour che devastano il lavoro mio e di tante persone serie, capaci e preparate che passano le giornate a divulgare una corretto messaggio, non mi stupisco più di tanto e sopratutto non mi sento in difetto:  sono certo di aver dato tutto il possibile. Magari chi si lamenta dei media, si preoccupi ogni giorno di dare il giusto messaggio, sono certo che anche il tg5 o il tg1 avrebbero maggior facilità a trovare una definizione più corretta per il Parkour.

Ps: se vado su youtube e scrivo parkour come primo risultato esce questo, che cosa traspare!!?? a voi la risposta:

ttp://www.youtube.com/watch?v=NX7QNWEGcNI    (ho tolto la h iniziale per non favorire le views del video)

Il fatto: dalle ultime ricostruzioni, parrebbe che il ragazzo praticasse seriamente Parkour (la fonte principale è facebook, quindi tutta da verificare, ma anche i suoi genitori): si esclude quindi la semplice bravata (copiando qualche video o per spirito di gogliardia, ma comunque non sostenuto da nessuna pratica di nessuna disciplina).  La dinamica parla pero’ esattamente dell’azzardo non programmato che ha portato alla tragedia: compiere un gesto cosi, di notte, da freddo, per far vedere agli amici, porta sicuramente a un rischio infinitamente maggiore che durante una seria sessione di allenamento o pratica. Non c’è alcun giudizio personale, c’è solo una valutazione tecnica.
C’è anche da pensare che il salto fosse realmente fattibile e magari anche già fatto, ma qui c’è l’altro punto fondamentale, mai considerare nulla come scontato, ovviamente tanto più in altezza. Mai e poi mai sottovalutare o abbassare l’attenzione, considerando qualcosa come “semplice”.

Se quel salto fosse fatto da un praticante allenato ed esperto (come non possiamo escluderlo) ,  sarebbe stato parkour? si, assolutamente, magari nelle condizioni corrette. E qui il prossimo punto.

La disciplina: saltare da un tetto a un altro è parkour? Superare altezze è parkour? avere il controllo e la precisione in situazioni reali è parkour? La questione “break the jump” non era centrale della disciplina? si , ANCHE questo è parkour. ANCHE, insieme ad altre mille cose tanto importanti. Ma fin dal primo giorno, queste prove sono state parte del parkour. Credo sia inutile citare fondatori e video annessi.
Ma scaricare il rischio che ci prendiamo sull’incoscenza altrui o facendo finta di non prenderci delle scelte ogni volta che ci alleniamo o pratichiamo, è un lavaggio di coscienza troppo semplice.

Dobbiamo considerare che al di fuori dei corsi sportivi indoor, dove il parkour è un ottimo strumento di allenamento, educazione fisica e gioco e non è più pericoloso di una qualunque disciplina sportiva, nella sua pratica reale prevede dei RISCHI e che ci alleniamo per gestirli ed affrontarli, pur sempre con la giusta progressione.

Forse semplicemente non è per tutti, o forse tutti devono essere ben avvertiti che la realtà non è un video di youtube. Ma anche se fa paura, dobbiamo realizzare che il rischio ultimo a cui andiamo incontro è la morte. Quando si sale in altezza, sopratutto, parliamo di questo.

Ora il punto è, una volta che ne siamo coscienti:  cosa ci spinge a metterci alla prova fino a quel punto? Le motivazioni. Sta tutto li. Se dobbiamo farci vedere dagli amici, o forse anche per un video, o per copiare il mio compagno di allenamento e non essere da meno, per sopperire a un ego ingordo, io penso:  no grazie. Non mi interessa. Chiediamoci di più perchè lo facciamo e cosa cerchiamo.

Nell’alpinismo, la montagna diventa “assassina”.  Spesso non si capisce se le tragedie dipendono dal fatto che gli “alpinisti” siano sprovveduti o se la tragedia era inevitabile. Anche qui, l’uomo affronta l’ambiente, spesso più severo di quello urbano. Ricerca il limite e la sfida, dove la sfida alla cima diventa una sfida e una ricerca di se stessi.
Anche qui, l’idea del pericolo e del rischi viene a volte sottovalutata e si pensa solo alla prestazione e all’uscita come una bella passeggiata (ovviamente non dalla maggior parte degli alpinisti, ma come conseguenza generale della popolarità e facilità di accesso di queste discipline in tempi moderni).

Ma infine siamo allo stesso punto: decidiamo un’attività che comporta dei rischi e sono anche questi che rendono speciale scalare una parete. Saper non drogarsi di adrenalina, ma ricercare uno stato di miglioramento continuo, è sicuramente la condizione da me ricercata.

Per cui io accetto la libertà assoluta di ognuno di prendersi i propri rischi e di valutarli autonomamente, sapendo che alla fine la scelta è solo sua (io come insegnante posso guidare, ma non sostituirmi). Ma noi, comunità di parkour, dovremmo forse mettere sul piatto della discussione il fatto che il libero arbitrio e la ricerca del proprio limite, puo’ avere delle conseguenze. Pensare che sia sempre semplice e indolore, è romantico e utopico.
Il parkour è selvaggio e variabile, riusciamo a riprendere il contatto con noi stessi e dell’ambiente in cui viviamo per qualche ora; tutte le regole e le imposizioni spariscono e nulla è più certo o regolamentato. Ci regaliamo un po’ del disordine anarchico di cui dovrebbe essere fatta la vita e ce lo regaliamo scendendo in strada sotto casa (invece di raggiungere montagne sperdute):  riprendiamo possesso di noi stessi e abbiamo la facoltà di decidere addirittura della nostra vita. Quale decisione vale di più?

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