Archive for the ‘ Allenamento Parkour ’ Category

PKTIP 2 – Saltare le scale

Saltare. Uno dei movimenti base del corpo umano e non di meno del parkour, da cui si origina buona parte dei movimenti specifici. L’esercizio esplosivo per antonomasia a corpo libero, lo si sfrutta e lo si allena in ogni modalità e in ogni combinazione: a piedi uniti, a singola gamba, balzi, pliometrie, verso l’alto, lungo, basso, a gambe raccolte ecc…; e spesso, si tratta solo del presupposto per poi collegare tecniche più difficili o specifiche per superare ostacoli.

Saltare in se, con le giuste progressioni e metodologie, è un ENORME potenziamento degli arti inferiori, in particolare riguardo a esplosività e rapidità. Vedo invece che al di fuori del parkour o in certe preparazioni atletiche difficilmente saltare diventa un esercizio esplorato nella sua complessità , sia condizionale sia coordinativa, e che spesso la pliometria viene vista come un esercizi da evitare o eventualmente limitare il più possibile. Come spesso accade, si confonde la pericolosità di un esercizio con la propria impreparazione ad affrontarlo.

L’esercizio che è utilizzato nella maggior parte dei casi nell’allenamento funzionale o nel CorssFit è il box jump; non ho mai capito perchè sia l’unico affrontato in tutto il ventaglio di salti e balzi che siamo potenzialmente in grado di fare con estrema utilità sia dal pnto di vista atletico, sia in qualunque gesto quotidiano.

Così propongo 3 esercizi aggiuntivi  per completarlo che sicuramente avranno anche riflessi positivi sul box jump e nell’espressione di potenza e forza veloce a corpo libero; e per farlo, vorrei presentare questo potente e gratuito mezzo di allenamento (mi dispiace per i costruttori di box di legno):

Si esatto. La scala. Va bene quella del sottopasso della stazione, quelle di casa, della chiesa o del monumento, della mulattiera di camapagna o dei gradini della piazza. Anzi provatele tutte, avere a che fare con diverse altezze, lunghezze, materiali, spessori aiuterà ad adattare il movimento a piccoli cambiamenti di ambiente e rendere subito più contestuale il vostro allenamento.

– 1 primo esercizio

Con un salto a piedi pari, da fermo, raggiungi il gradino più alto; come un box jump, ma olte che alto devo andare avanti e calcolare il punto di arrivo, senza inciampare. Come già detto nel PKTIP 1, cerca di capire cosa stai attivando e cosa no (dico solo: intera catena cinetica posteriore), con che timing, con quanta velocità e non dimenticarti di gestire l’arrivo: probabilmente da esso dipende il gradino in più che non riesci a conquistare 😉

– 2 secondi esercizio

Un po’ più coordinativo, prendo la rincorsa (basta un passo), stacco con una gamba e ancora una volta, raggiungo il gradino più alto sempre atterando su due piedi contemporaneamente. Occhio a chiudere in tempo e occhio alla mira! (e ancora, riesco ad arrivare più in alto di prima?)

– 3 terzo esercizio

salto a piedi pari da fermo , atterro a piedi pari (come l’esercizio 1 ) ma cerco di rispondere velocemente collegando un altro balzo con la stessa dinamica per  arrivare fino in fondo alla rampa, cercando di sfruttare l’atterraggio per esplodere con il successivo balzo (quanto riesco a sfruttare la fase eccentrica?quanto scendo in accosciata? quanti balzi mi servono per arrivare in fondo?)

qui potete vedere i tre esercizi:

Ed ecco una proposta per il nostro allenamento, cosi composto (recupero completi tra le serie, per dare accento all’esplosività):

esercizio 1: 3×5 @ 90% (3 serie per 5 volte di d un salto sub massimale)

esercizio 2: 2×5 x gamba di stacco @ 90%

esercizio 3: 3 x intera rampa max velocità

Consigli finali:

-cerca di preoccuparti di COME arrivi, più di quanti gradini riesci a fare, sopratutto se se nuovo in  questi allenamenti: eviterai scavigliate non volute!

-sugli atterragi seguirà PKTIP specifico…ma ti prego curali!

-il parkour negli ultimi anno ha integrato un sacco di pesistica e allenamento della forza massima tramite bilancere, secondo me è altrattanto proficuo adottare questi metodi per trasformare tutta stà forza in un’espressione pratica e funzionale, che sia per lo sport o che sia semplicemente per giocare con i propri figli!

-Nei box jump con alto numero di ripetizione, spesso avviene una pliometria “al contrario” per velocizzare la ripetizione cioè l’atterraggio avviene “all’indietro” e spesso a piede pieno: attenzione che questo non abbia completamente annullato la coordinazione nel senso più naturale del salto, cioè in avanti!

 

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PKTIP 1 – il burpee

PKTIP sarà un serie di piccoli articoli con qualche spunto teorico e pratico, preso  dal parkour e dal confronto con allenamento funzionale, arrampicata, arti marziali e dalla mia esperienza di insegnamento e coaching, da cui ho ricavato queste piccole pillole.

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Spero di avere un scadenza regolare e spero vi piaccia. Partiamo subito.

Il burpee è un esercizio semplice, che nasce negli anni 30 nelle università di scienze motorie come test per il livello di fitness, reso famoso per essere stato adottato come test nell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale al fine di valutare condizione fisica e coordinazione del candidato.

Oggi è spesso usato come esercizio di ginnastica in varie forme di allenamento funzionale e portato alla ribalta dal crossfit, utilizzato come punizione o pensalità nelle corse ad ostacoli moderne. Viene quindi visto e inserito come esercizio spezza-fiato, andando facilmente vicino al massimo consumo di ossigeno e attivando grandi catene cinetiche muscolari.

Vero peccato, perchè dai burpees dovremmo e potremmo ricavare molto di più, come dalla maggior parte dei movimenti che utlizziamo come allenamento ogni giorno; proprio per la sua semplicità e immediatezza troppe cose a mio parere sono ignorate o escluse. Lo usero’ come primo episodio ma è un semplice esempio su un approccio molto più generale.

 

Partiamo dalle modalità, ho fatto 3 piccoli video uniti qua sotto,  con tre differenze nello schema motorio, a prima vista sottili:

Nel primo è la versione “strict”, come verrebbe fatto in una routine di ginnastica: il corpo è sempre teso, passo in una “frog position”, slancio le gambe tese dietro, il dorso è curvo e l’addome e i glutei sono tesi e non c’è alcuna lordosi, il piegamento avviene con le mani vicine al petto e gomiti solo leggermente aperti, in full range of motion, da braccia tese a sfiorare con il petto a terra e di nuovo bracci atese. Quindi inverto i movimenti, con raggruppamento delle gambe al petto, e seguo con salto verso l’alto teso e stabile con completa flessione delle caviglie.

Nella seconda non c’è traccia di corpo teso ma il contrario, sia in fase di discesa, sia in fase di salita il corpo si inarca, utilizzando soprattutto la schiena per generare il movimento. Il salto è generato quasi esclusivamente dalla estensione delle anche in risalita dall squat position. Le braccia non spingono nel completo arco del movimento, ma solo in partenza per sollevare il busto.

Nella terza, ho utilizzato la seconda maniera, ma eliminado un tempo in discesa, cioè le gambe vengono distese prima che le mani tocchino terra, e ho utilizzato esclusivamente , per richiamare le gambe al petto, il colpo di anca.

VIDEO

Qualcuno starà già pensado: mammamia che schifo quell’inarcamento. Mammamia che inefficente e faticosa la forma strict. Mamma mia che pressapochismo nella forma più veloce. porbabilmente in base al tipo di allenamento che siete abituati a perseguire.(Chalistenic/ginnastica, crossfit/funzionale, parkour/break dance, per fare degli esempi). Le combinazioni sono in realtà moltissime e in fondo non è nenanche cosi interessante esplorarle tutte (ma perchè non provarci, mentre vi allenate); ci bastano queste qui.Il focus è invece esattamente sull’aprire la mente a tutte le posibilità, e a capirne i vantaggi, svantaggi e riflessi sulla nostra pratica piuttosto che sulla funzionalità sul gesto specifico target o sulla nostra salute e benessere.

 

Partiamo da questo: la scelta  è volontaria o  dettata da una compensazione o incapacità di sottostare a un modello motorio predeterminato? Non faccio la versione strict perchè non so fare la versione strict ? (forse i piegamenti sulle braccia in completo ROM sono troppo duri)?

E’ chiaro che se il gesto target è il bupees stesso, esempio perchè fa parte di un WOD CrossFit, scegliero’ quello che mi permette di svolgere il maggior numero di ripetizioni con minore consumo energetico e affaticamento muscolare (soprattutto che permetta di non accumulare eccessivo lattato localmente); se invece sto eseguendo una propedeutica per il condizionamento muscolare della posizione di plank, scegliero la versione strict.

La funzionalità sta proprio nell’adattabilità: se so le differenze, se so scegliere e sopratutto so “riprogrammare” la scelta dello schema motorio per la condizione che mi si presenta davanti, allora il mio allenamento è relamente “funzionale” permettendomi davvero di mettere in gioco le mie capacità, con un’applicazione nel reale che non sia frutto di convenzioni o regole o punteggi.

Non solo, ma essere cosciente dello schema motorio utilizzato, e delle catene cinetiche o gruppi muscolari che sottostanno al movimento, posso anche porre un occhio di riguardo allo stress causato, e magari evitare la versione “d’anca” se ho problemi hai lombari, la versione “strict” se ho problemi alle spalle, la versione esplosiva se ho problemi hai polsi. Perchè è ovvio che nessun esercizio in se è dannosso, ma non sapere cosa si sta facendo, e farlo con intensità e volumi spesso oltre la propria zona allenante, quello si.

Nel parkour questi sono due esempi, dove le applicazioni del burpee sono differenti ma entrambi efficaci.

E vogliamo vederlo come movimento Naturale? Il burpee è una delle maniere per posizionarsi a pancia in giù e rialzarsi. Con piccolo balzo. Tutto qui.

Proviamo a costruirci intorno una piccola routine, cercando di non avere recuperi se non quelli fisiologici nel completarla:

10 burpess strict

10 burpees hand stand (hand stand sostituiva del salto finale)

10 burpess pull up (pull up sostitutiva del salto finale)

10 burpess tucked (salto finale con ginocchia al petto)

10 burpess esplosivi max velocità

La prossima volta che farete un burpee non sarà più la stessa noia 😉

Definiti nella pratica

Ultimamente, la presenza in TV di un programma come Ninja Warrior , dove molti praticanti di parkour hanno deciso di partecipare e di un secondo programma TV, Monument Crew, un format televisivo tra il reality , talent e fiction dove il parkour è il motivo di viaggio di 6 ragazzi in luoghi storici d’Italia, ha smosso l’opinione di chi è coinvolto nel “mondo parkour”  da qualche tempo.

Vorrei tralasciare la questione del rapporto dei media con il pubblico di massa, dell’influenza di essere uno spettatore/consumatore, dei processi di comunicazione in cui la TV interviene, l’ingresso del business, degli sponsor e dei media all’interno di fenomeni indipendenti, se queste trasmissioni siano un vantaggio o uno svantaggio, e di che tipo ; su questo e molto altro vi rimando al comunicato ufficiale di Parkourwave.

E non vorrei neanche cavalcare l’onda dei meriti o effetti positivi di questi due programmi, che ammetto possano esserci:  lo scalpore visivo dei 6 ragazzi che sicuramente contribuirà alla diffusione di massa della parola parkour o dei risultati nella trasmissione di ninja warrior che chi si allena seriamente nel parkour è in grado di ottenere, dimostrando l’efficacia e la funzionalità di una disciplina ancora poco conosciuta nell’ambito delle paestre e corsi di cross training o  functional training (a torto, evidentemente).

Tanto meno mi interessa giudicare le persone coinvolte in questa storia: nè le persone che hanno deciso di mettersi alla prova con ninja warrior, motivate probabilmente da una sana dose di sfida con se stessi e con il percorso (che ha sfiorato anche me, inutile negarlo); nè le ragazze e i ragazzi del monument crew: ognuno ha fatto delle scelte di vita e professionali che per quanto non condivida, rispetto e capisco.

Quello che mi interessa in questo momento, a titolo assolutamente personale, è capire perchè sono cosi infastidito dalla presentazione del parkour al di fuori di quel che è il suo contesto, o meglio, di quello che io (ma probabilmente, non solo io) ritengo essere il suo contesto. Sono consapevole che siamo sempre davanti a dei compromessi, e che sono il primo a viverci dentro, ma quando senti che qualcosa alle FONDAMENTA viene cambiato non possiamo più parlare di compomesso ma di destabilizzazione. Blane descrisse la cosa in un articolo: “chiamata alle armi“. Si tratta di una frattura già iniziata e che dura da anni, che a tratti sembra richiudersi ma che forse è solo ignorarsi a vicenda. La parola “armi” io la eviterei,  ma penso sia uno dei momenti in cui sia importante prendere posizione.

I due programmi hanno differenze, ovvio, ma voglio qui soffermarmi sulla possibilità, semplice e banale che il parkour (sempre cosi’ come lo conosco io) venga trasformato da queste sue ibridazioni mediatiche, piuttosto che aiutato ad essere diffuso e apprezzato in maniera genuina e corretta.

E voglio essere onesto fino in fondo:

Non mi sento un difensore dei valori, non mi sento un ortodosso o un eremita. La parola valori già di per se, mi fa venire l’orticaria. Nonostante questo, quando vedo qualcosa di bello, che funziona nel migliorare la vita delle persone e quel che ho intorno, non posso che essere felice. Bene, siamo davvero cosi’ ottusi da pensare che il parkour sia l’unica disciplina , l’unico sport, che insegna dei valori? Quanto siamo naif: ditemi uno sport dove i valori non vengono diffusi e spacciati, spesso in buona fede. Ditemi che non siete mai saliti su un dojo, o un campo da gioco, e ditemi che non insegna resilienza, rispetto dell’altro, di se stessi, autodisciplina, determinazione, forza interiore, ricerca di miglioramento…ecc ecc…

Quindi io non voglio essere e non sono un difensore del parkour per difendere dei suoi probabili valori..valori che trovo più spesso in persone che non hanno mai praticato sport, piuttosto che in tanti praticanti di parkour (me compreso), putroppo. Spesso l’IO devasta ogni buon proposito e la necessità di affermarci fa in modo che qualunque buon proposito spesso finisca sotto i piedi.

Cosa difendo , allora? Cosa mi appasiona cosi tanto? LA PRATICA. l’allenamento. lo svolgersi in azioni, che mi ha trasformato e continua a farlo ogni giorno. E’ questa pratica, che è stata cosi trasformativa per me, cosi’ potente da rivelarmi aspetti di me stesso nascosti e sopratutto reglarmi un equilibrio che per quanto instabile, è pur sempre un equilibrio. Ed è per questo che ci si appassiona al coaching, perchè  la speranza è che condividendo , insegnando,  mostrando, qualcuno scopra la stessa pratica trasformativa e non torni mai più indietro.

Sottolineo, che per tanti la stessa cosa puo’ avvenire con il karate, il rugby, la cucina , la meditazione o magari addirittura pochi fortunati con il proprio lavoro. A ognuno la sua via, a ognuno la sua trasformazione.

Ma quel che è certo che conosco la MIA pratica: io e tante altre persone l’abbiamo sempre chiamata Parkour e in una pratica comune troviamo subito come comunicare. La pratica in 10 anni è sempre stata fondata sulle stesse radici, siluppata in tanti rami, ma è sempre stata quella, con tutti i suoi gradi di libertà: Workshop e raduni, nord Italia, Centro Italia, Londra, Danimarca, allenamenti aperti, associazioni, incontri con i fondatori , Yamak , circuito UISP e formazioni ADAPT,  eccetera. Centinaia se non migliaia di persone.

Non sto parlando di trovarsi simpatici a tutti i costi, sto parlando di PRATICA, di ALLLENAMENTO: è sempre stata la stessa cosa.

E sono sicuro che sei noi cambiamo questo cambiamo tutto: cambiamo cio’ che comunichiamo, cio’ che lasceremo con i nostri insegnamenti. Non è solo questione di nome di trick o di spettacolarità, ma è proprio l’allenamento e la pratica di questi ultimi che ci determina come praticanti. E probabilmente, che identifica i valori che alla fine vogliamo trasmettere. Mi chiedo, dov’è il confronto con l’esterno della palestra? Dove è l’adattabilità? Dove è la forza d’animo? Da come ti alleni determini tutto questo.

E allora ripeto, mostrare cosa sia il parkour è definerne l’essenza. Il problema non è il trick, o la presenza dei soli trick acrobatici in sè, come non è il percorso gommoso con fiamme di fuoco, ma il fatto che cambiando la definizione di pratica porterò a diffondere una disciplina diversa, con un potere di trasformazione diverso e sicuramente non nella MIA via, quella che ho sempre conosciuto.

Faccio l’esempio al contrario, se avessi conosciuto il parkour per MC o NW, non mi sarei mai appasionato. Non avrei trovato la mia trasformazione. Tanto meno avrei deciso di insegnarlo e diffonderlo. Forse lo avrei fatto per qualcosa di altro, ma non per dei trick spettacolosi in apparenza difficilissimi o per uno show dove tre buffoni commentano le mie gesta “eroiche”. L’ho fatto perchè mi piaceva l’idea di uscire la sera, al buio, a cercare come muovermi diversamente in città e correre fino a farmi bruciare i polmoni dal freddo. Saro’ pazzo ma è cosi, sono certo che è così per molti altri che iniziano ancora oggi.

Dunque il mio vero dispiacere sarebbe vedere queste fondamenta cedere, spostarsi e magari crollare. Diventare tutti attenti alle mosse, all’abbigliamento, ai parkour park dove provare i trick. Perdere LA PRATICA, la trasformazione, e un po’ dei valori (orticaria) che questo porta.  Come onde, resistiamo flusso dopo flusso.

Ps: un tempo ai due approcci di pratica diversa si indicava parkour e freerunning . Ancora oggi in rete si trovano due definizioni distinte  come se il freerunning fosse la parte acrobatica, spettacolare. Mai errore fu più grande, dal punto di vista storico: andetevi a leggere le parole di chi questi nomi li ha inventati e portati allo scoperto. MA, visto che aiutano a chiarire le idee, suggerisco di mantenere l’errore e di mantenere le definizioni divise. Si semplificherebbero le idee di molti e con buona pace di tutti, la pratica è differente, la definizione è differente, le nostre attitudini sono differenti.

Pps: seconda puntata, vorrei rassicurare tutti, non cerchiamo ne’ adrenalina a ogni costo, ne’ l’infortunio è cosi’ comune. Una pratica serena e rispettosa non ha più rischi di qualunque pratica sportiva. Dover compiere per forza un gesto a favore di camera (o di qualunque meccanismo di accettazione sociale) è invece ESTREMAMENTE pericoloso. Il parkour è una disciplina contraria alla crescita dell’Ego

 

Allenamento e un po’ di pensieri sparsi

Molto bene, con scadenze davvero imbarazzanti provo a scrivere ancora qualcosa. In realtà, oltre al tempo a disposizione (poco), la vera difficoltà è ordinare e dare un filo logico a una serie di riflessioni e pensieri che spesso mi girano per la testa.  Ma ci provo, oltre ad aggiornami(vi) sul mio diario di allenamento con le ultime cose fatte.

Manca poco al compleanno dei mei 10 anni nel parkour. A ottobre 2016. E’ il tempo in cui , secondo alcuni maestri e studiosi, qualcuno possa dire di padroneggiare davvero un’arte. Io non lo so se mi sento cosi, a tratti forse, sulle basi, come a tratti mi sento ancora fortemente limitato in alcuni aspetti. Cio’ nonostante, vado molto fiero di quello che ho raggiunto, non avendo avuto nessun regalo dal tempo , dalla genetica e tanti altri fattori “ambientali”. Ogni passo me lo sono scavato quasi sempre a fatica, quasi sempre imparando sulla mia pelle e rubando avidamente informazioni da libri e internet nel tempo libero; allo stesso tempo sono veramente grato a chiunque, attraverso ogni stimolo possibile, ha “accelerato” il processo di apprendimento.

Di certo , avere sudato cosi tanto per raggiungere piccoli passi e piccoli successi, ogni volta scavando tanto nella fatica quanto nella conoscenza di se stessi, mi aiuta molto nel trasmettere, insegnare, perchè conosco bene il processo di trasformazione e gli errori che si possono commettere nel avvicinarsi al parkour o all’allenamento più in generale. Ogni passo è un processo analitico, poi adattativo e infine intuitivo. I primi due passi, necessariamente, si conoscono solo con molta fatica e molte ripetizioni ,in molti ambienti e situazioni, e sempre con il cervello accesso e la coscienza sintonizzata su quello che si sta facendo, li e in quel momento.

Allo stesso tempo mi accorgo di quanto, in realtà mi piaccia il parkour grazie sopratutto al suo approccio olistico. Fin dall’inizio, le sue basi quasi nascoste, dal metodo naturale di George Hebert, al Combat Vital, all’alenamento Yamakasi al percorso di David (un sacco di materiale qui, e non sapete chi sia David Belle ma sapete chi sono i Farang o i Gup E’ OBBLIGATORIO LEGGERE: Articoli parkourwave), il parkour risulta essere non solo la capacità di spostarsi in maniera efficiente, di affrontare le sfide che lo spostamento nell’ambiente ci offre, ma un metodo di allenamento completo oltre che la maniera stessa di metterlo in pratica. Non abbiamo mai avuto bisogno di parlare di “funzionale” perchè non c’è bisogno di supporre che l’allenamento sia funzionale, ma semplicemente la sua funzionalità è nell’applicazione stessa, nel tracciare un percorso reale, in un ambiente reale, non studiato con standard e certificazioni per una pratica sportiva, per arrivare in fondo , sani e salvi, velocemente e con la sufficiente energia per poterci continuare a muovere. Sia che sia un salto, sia che sia un percorso di di kilometri.

E ancora di più, quando si parla di movimento generale, o di metodo naturale, mi trovo altrettanto affascinato da sollevare, trasportare e lanciare pesi, nuotare, esplorare, usare bastoni,  dal lottare, ballare, associare acrobazie e movimenti inusuali…e non lo dico perchè lo dice qualcuno nel suo manuale, ma perchè davvero trovo soddisfazione nel sentirmi completo e in equilibrio, affrontando ogni volta con il gusto dell’esperienza che sempre insegna qualcosa,qualche sfida o qualche nuova possibilità.

E sono consapevole che non essendo io un professionistà di alcun chè di queste discipline (non del parkour, figuriamoci del resto), visto che di professione faccio altro (che significa semplicemente che la mia giornata di 8 ore non è dedicata a nessuna di queste discipline, ma quando va bene, ne rimangono 2), il mio livello prestativo e di approfondimento (dove l’approfondimento è sopratutto il volume di lavoro necessario per acquisire la (iper)specializzazione in una disciplina sportiva) rimarrà buono, mediocre o appena suffciente in alcuni casi.

Io pero’ lo rivendico un parkour fatto (anche) cosi, fatto si di compromessi e non di prestazioni al limite, ma fatto delle basi e della fatica a spostare l’asticelle delle esperienze sempre un po’ più in la, con passione e umiltà. Lo rivendico anche davanti al fatto che alla lunga, sulla lunga distanza, chi riesce a far convivere la propria passione con la propria vita, o ancora meglio, chi riesce a dar ancora più valore ai propri giorni attraverso quello che sue passioni gli insegnano e gli portano, non sono tanti. Anzi direi, sono pochi.

Ora pero’ per ognuno di questi punti, mi piace vedere cosa succede là fuori. Mi accorgo che fui tra quelli che anni fa, tradussero i primi articoli sul parkour, che leggeva parkour.net e che era bramoso di informazioni. Poi con Adapt e l’insegnamento, poi con i corsi e soci di ParkourWave. E mi accorgo quanto i praticanti sono aumentati e che facebook rimanene il loro mezzo di comunicare e scmabiarsi informazioni, e come questo spesso sia un impoverimento rispetto quanto ricordo delle orgini. Tra gattini e cazzate, la stessa cosa succede nel parkour. La stessa cosa accade nell’allenamento.

Partiamo dall’iper-specializzazione. Non c’è storia, le persone, gli adolescenti, ma anche gli adulti , sbavano per i record. La massa sbava per le prestazioni assolute, per i campioni del mondo, per i video che mostrano cose apparentemente impossbili e potenzialmente fatali. E per i modelli, che attuano queste politiche. A nessuno frega niente di verificare i danni, la fatica, le privazioni e sopratutto, la loro capcità di vivere (Anche solo in maniera fisica, non parliamo di quella umana) al di fuori del loro contesto di gara. E’ un fenomeno culturale, dettato dalla specializzazione del lavoro e del nuostro ruolo nella società, condito con necessità di audience, che significa sponsor e soldi e donne (o uomini). C’è anche qualcosa di inconscio, un archetipo verso l’assoluto, dove le prestazioni “umane” sono polverizzate dalla potenzialità degli individui. Con questo assioma nella mente la gente pratica Crossfit, e poi cerca di fare il pesista come alle olimpiadi. Pratica Parkour, e cerca di fare il ginnasta come ai campionati del mondo. E si accorge non solo che ha sbagliato disciplina, ma che i record che cerca di ottenere hanno un valore assolutamente limitato nell’approccio complessivo e generale che la pratica richiesta dovrebbe avere.

Seguiamo le mode. Qualche anno fa c’era Ilabaca, oggi non so chi c’è , una volta c’era il kong precision poi i side-flip oggi ci sono i lachè (faccio esempi). Ma davvero vi interessa cosi’ tanto? Ma avete mai visto i ginnasti utilizzare le sbarre, magari ragazzine di 13 anni? I seguaci di Ido fanno verticali in tutte le maniere, e pur essendo i No-dogma , non gli ho mai visti farsi una corsa o qualche salto qua e la. Ora, se siamo aspiranti del movimento tutto tondo, non c’è più movimento in una corsa che in una verticale? O almeno, uguale? E chi corre, e magari aspira a ultra-trial o corse ad ostacoli, che fa allenamenti funzionale con tabata tutte le sere….A me piace fare tutte queste cose, e anzi, sono tutte cose su cui lavoro e sto lavorando ultimamente, ma non posso minimamente pensare di volteggiare come un ginnasta o fare verticali come un verticalista circense. Mi spiace, ma per me questo non è un limite, è semplicemente l’approccio olistico a cui aspiro. E non mi nascondo, se questo suona come scusa davanti al non eccellere, sinceramente,  me ne sbatto le palle. Primo perchè l’ho detto all’inizio, inutile non essere realisti, si puo’ fare il meglio possibile solo se immersi nella propria vita reale. Secondo perchè il discorso vale qualunque livello si possa raggiungere, dando il massimo.

Non solo, ma sono felice di non seguire i modelli imperanti, o modelli in generali. Sono contrario a Guru di qualunque estrazione e sono un profondo e convinto sostenitore della propria responsabilità. Pensate con la vostra testa, a cosa vi appasiona, a cosa vi fa spingere un po’ più in la, a cosa vi diverte e vi emoziona. A cosa, durante lo svolgimento dell’azione vi insegna qualcosa in più su di voi e sul vostro interno. Sono contrario a modelli estetici fisici o prestazionali, dove il confronto è sempre e solo quantitativo.

L’imbastardimento del parkour con qualuque acrobazia possa risultare minimamente spettacolare è la cosa che ritengo peggiore, e che ritengo stia prendendo sempre più piede, anche qui, non per il movimento in se che nel contesto giusto puo’ anche essere interessante (o anche no, ma decidetelo serenamente), ma per ritenere la pratica del parkour solidamente legata alle acrobazie.  il MIO parkour non è questo, non lo è quello di tanti altri praticanti. Una volta si diceva freerunning, poi si è unificato tutto (giustamente), e ora non si sa più come chiamare la deriva acrobatico/spettacolarizzante. Se diventasse maggioranza, sarà parkour, e io che chiamero’ parcour il mio allenamento. No problema. Ma quella non è la mia strada. Mentre questa, per esempio, sarebbe una strada molto più bella http://www.buildering.net (e con essa tutto lo sviluppo del coraggio e del rischio legate alla pratica del parkour e all’abitudine ad esporsi alla paura).

E questo è per me anche motivo per definire Parkour : Arte dello spostamento (come è chiamata la disciplina dai fondatori ancora prima della parola parkour, che definisce ancora meglio un certo tipo di attitudine), l’idea di base è lo spostamento, in qualunque ambiente, qualunqe situazione, attraverso e oltre gli ostacoli e utilizzando qualque movimento mi permetta di procedere. E ancora, nella “cultura del movimento” inseriamo invece tutte le possibilità di muoversi (e non spostarsi). E siccome ogni azione deriva dal movimento, la sovrapposizione con il metodo naturale tra capacità di locomozione e le altre è evidente. Ho ideato un piccolo schema che riproduce, a mio parere le discipline che confluiscono a creare un apprendimento al movimento generale.

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Da questa riflessione nasce , a mio parere, anche la necessità di affrontare l’attività sportiva innanzitutto come qualcosa che possa riprodurre il movimento che avremmo compiuto durante la giornata in natura. Nessuno cerca di diventare il velocista assoluto, ma tutti si sposterebbero di diversi km, propabilmente ci arrampicheremmo e solleveremmo diversi pesi. Danzeremmo, magari lotteremmo anche solo per il valore tribale e andremmo a caccia, anche solo per la questione rituale (pazienza di appostamenti in posizioni immobili, lanci, scatti). Questo dona felicità, riappropriazione del proprio essere, collegamento con gli altri e l’ambiente in cui viviamo, salute ed energia, soddisfazione di una vita un po’ più completa.

Spezziamo una lancia anche al contrario pero’: E’ anche bellissimo vedere come, chi si sente in forma provendo da qualche sala corsi, tolto dal suo contesto sveli velocissimo i sui anelli deboli ; o che per quanto l’intensità del suo allenamento sia eleveta, appena la complessità del compito aumenta l’enorme analfabetismo motorio di base si rivela prepotente. Più siamo nel fitness più questo è vero, mentre più siamo in un approccio di allenamento sportivo, serio e cazzuto, le difficoltà vengono attenuate.

Riassunto: Olistico ma cazzuto. Non perdere il focus su quanto ampio è il movimento umano, come fine ultimo, ma allenati come fossi un professionista nel metodo e nel mindset. Senza dimenticare mai lo spazio per il gioco e la sperimentazione.

A tal proposito,noi di ParkourWave abbiamo qualche cosina pronta, per tutti gli appasionati che vorranno approfondire il metodo Parkour / ParkourWave come approccio all’allenamento generale e funzionale. In particolare, se volete iscrivervi a qualche corsa ad ostacoli, invece di spendere centinaia di euro per fare i tabata di burpees, immaginate di avere la possibilità di provare le tecnice di superamento ostacoli da chi ne ha fatto una disciplina pura….

Il mio allenamento.

Sono arrivato alle vacanze di Natale con una discreta preparazione, e cosi quegli allenamenti da fresco in quei giorni si sono rivelati soddisfacenti. E poi un 15 ore di corso in tre giorni presso l’accademia Kataklo, di teatro fisico, interessante metodo che combina danza fusion, floor work, acrobatica soft e viee aeree e utilizzo di attrezzi non convenzionali.

Poi sono ripartito con i corsi, dove la pratica di parkour tecnicamente intensa è venuta un po’ meno, ma tanti fondamentali.

I miei allenamenti extra-parkour sono al circo, con po’ di acrobatica, via eree e qualche skill di verticale/ corpo libero; ju jitsu con un parte quasi esclusivamente dedicata alla boxe; pesi, in particolare squat, cercando di massimizzare il carico. Poi il mese della talpa, con 600 squat 300 piegamenti e 150 trazioni a settimana come obiettivo.

Devo dire che ad oggi i risultati ci sono, qualche combinazione in più al circo viene, sui pugni e gli spostamenti annessi mi sento a mio agio, lo squat viaggia verso superare abbondantemente il mio peso corporeo e il condizionamento fisico si sente presente nell’evitare infortuni o dolori (toccata di palle annessa). Fino a marzo si procede su questa strada, poi si cambia con più parkour reale in esterna, cambio di alzata (o stacco o press, se la spalla non si lamenta) e se riesco a inquadrarla in un giorno alla settimana, arrampicata.

Spruzzate di escursioni qua e la , ultimamente niente di chè ma comunque soddisfacenti!

Se volete più informazioni su qualunque cosa, contattami. Grazie!

Nuovo anno

Inutile negarlo, il nuovo anno inzia a settembre e quello solare è oramai solo una ricorrenza di festa.

Come è inutile negare che questo nuovo anno ha portato tante novità, sfide e milioni di pensieri.

Tra i tanti pensieri, uno mi va di condiverlo: per quanto Ido Portal abbia fortemente influenzato l’approccio e il pensiero sul movimento e su tutte le discipline che lo coinvolgono, parkour e me compreso, mi piace riconoscere che quanto scritto in questo blog, studiato per anni, appreso piano piano sulla strada e nelle montagne e nei dojo, si ritrovi scritto e formalizzato in varie esperienze già da anni.

Siamo sulla strada giusta? non lo so, ma lui dice di si 🙂

PS: I CORSI DI PARKOUR (ma non solo, appunto) ripartono , trovate tutte le informazioni qui http://parkourwave.com/new/?page_id=1348

IDO PORTAL

JUNGLE WAVE CAMP 2015

 

Si riparte – gennaio – 15

2015, anno nuovo, ripartiamo con il blog.

Oggi mi è tornato in mente di averne uno e così ho deciso di riprenderlo in mano. A onor del vero più volte mi è capitato di pensarci, ma alla fine ho sempre pensato fossero di poca importanza o scarsamente comunicabili. Oppure, ho sempre avuto persone con cui confrontarmi, togliendomi la necessità di scriverlo qui.

Non che oggi io abbia molto di nuovo da dire, ma penso cerchero’ di tenere un diario degli allenamenti almeno mensile per avere anche a mio favore un buon riepilogo di quanto successo, con qualche pensiero sparso, qualche ricordo fissato in una pagina wordpress.

In questi mesi di assenza virtuale per fortuna gli allenamenti e le esperienze relative non sono mancate: a parte continuare i corsi di parkour, con molti outdoor estivi, ho avuto maniera di gestire anche in ambiente naturale piccoli gruppi e la cosa mi ha dato molta soddisfazione. Saper guidare un allenamento parkour / JungleWave, che sia efficace ed accessibile a tutti, con un percorso appagante in un ambiente non creato ad hoc, dona una soddisfazione oggettivamente enorme, anche rispetto a degli allenamenti ben programmati in palestra.

Intanto ho avuto l’onore e la responsabilità di essere head coach dello SpiralStone 2014 e LarioParkour2014, (oltre che dello springWave e WinterWave 2014) due eventi di parkour e non solo di grande portata, con più di cento partecipanti ognuno su tutto il nord Italia; grandi esperienze, di gestione e di coaching, di confronto e di divertimento. Ed ora sto facendo qualche ora come tutor ADAPT, altra bella esperienza per verificare e cresciere insieme a futuri ADAPTatati; intelligente maniera per scambiare informazioni ed esperienze tra noi coach e tra coach e studenti.

Per quanto mi riguarda, ci sono stati momenti di allenamento davvero belli, per le persone, per le sensazioni, per i risultati. Per il parkour, sopratutto, ma non solo. Sono stato sull’isola d’Elba, qualche arrampicatata e qualche bella passegiata, in val Gardena, la salita al Sasso Piatto, il giro a Sasso Lungo, in Istria a giocare con qualche tuffo e scogliera. Qualche arrampicata facile facile da primo sulle nostre falesie, passeggiate in montagna. Non certo da considerare “allenamenti”, nessuna pretesa, ma semplicemente fissare esperienza e competenze in altri ambiti, divertendomi.

Invece mi sono iscritto al corso di MMA – jujitsu, da aprile/maggio 2014 : in realtà anche qui la prospettiva che vedo non è di grande allenamento, per intensità e frequenza, ma più di ri-scoperta e studio dei movimenti, di risvegliare un bagaglio tecnico motorio, di riutilizzare quanto vedo e sento in un ambito più generale o come mezzo per nuovi metodi di condizionamento.

Inutile negarlo, anche nelle competenze motorie, si rischia di fare tanto e male: la ricerca generale del movimento e dell’allenamento naturale, in cui la lotta / combattimento NON PUO’ essere esclusa, allontana dalla specializzazione di gesti specifici: vuoi perchè tempo ed energie sono limitate, vuoi perchè si aumenta l’entropia interna con patterns destrutturati e ristrutturati, vuoi perchè infortuni e difficoltà dovuti anche alla nuova necessità di adattamento, risultano facilmente trasportabili da un allenamento all’altro.

Insomma il rischio è di non impare nulla facendosi un po’ male con tutto. Bisogna tenerlo presente.

Se devo fare un bilancio oggi, fresco fresco di probabile distorsione al polso per un pugno (dato male ?) al sacco, rimango comunque positivo: non ho al momento la necessità di spingere con il parkour e ne ho approfittato ( e credo lo faro’ ancora un po’) per riaprire la parentesi contatto: lavoro di flow a terra, lavoro con la swiss ball, salto della corda, pugilato, sistema di lotta a terra, difesa personale a mani nude e con armi bianche, movimento di gambe, ascolto con il corpo e energia invisibile.

Nel frattempo ho continuato ad allenarmi con il bilacere, anche in previsione del corso di Istruttore di allenamento funzionale di secondo livello, (passato, bella sessione!) e solo nell’ultimo mese con le kettlebells. Alzate fondamentali (front squat, stacco, overhead press) e alzate olimpiche (snatch e clean and jerks), sopratutto, senza perdere troppo tempo e cercando di massimizzare i carichi e trasferibilità nell’allenamento del parkour. Queste sessioni sono spesso associate con mobilità articolare, PLS, esercizi simil yoga o Ido Portal o a circuiti tabata.

Proprio nel parkour mi sono dato un singolo obbiettivo fisico, che ho toccato un paio di volte, ma devo consolidare ed ampliare: l’handstand push-up, completo, senza kipping ovviamente. Proprio per questo l’utilizzo del bilancere, con carichi modificabili, mi ha aiutato un bel po’.  Obbiettivo secondario al momento è aumentare il numero di trazioni eseguibili in una serie (prona, no kipping), 15, complete a tecnica buona.

Tecnicamente sto riprendendo running precision (sopratutto confidenza con lunghezze) e kong precision, sopratutto sull’allungo del kong con doppio passo. Che sono anche argomenti di questi ultimi due mesi del corso con i ragazzi un po’ più avanazati. Questi elementi, sfortunatamente ho dovuto trascurarli per un po’ durante l’estate per un infortunio ai metatarsi di entrambi i piedi, un urto poco controllato da un drop sul concreto ma, ne sono certo, anche un discreto stato infiammatorio preesistente e delle maledette scarpe davvero ignobili (kalenji nuovo modello da 50 euro).

Spero presto, a struttura montata, di riprendere lachè e running sul tubo…

Tra novembre e dicembre ho fatto anche un mini corso di survival, nei boschi di Vergiate, dove è installato anche un bel percorso eco-dinamico, un percorso sospeso non molto alto ma senza assicurazione con le longe obligatorie. In questi boschi come in altri ho recuperato altri interessanti spunti per le future sessioni di JungleWave!

Infine, da un paio di lezioni, sto provando a ballare tango, tango argentino. Inutile dire che l’input è esterno, ed è un input piacevole. Ma come per il jujitsu, la scintilla è lo studio del movimento nel suo complesso, la postura, il foot placements, l’equilibrio , coordinazione temporale e spaziale, tutto in relazione con un altro umano in questo caso. AH, poi un giorno spero di sciogliermi e  divertirmi ballando 🙂 ; è una sfida e le sfide vanno accettate, imparando tutto quello che possono insegnare e assorbendo quanto di buono si percepisce. Vediamo dove mi porta anche questa!

ps. la mia settimandi allenamento tipo, per gennaio e buona parte di febbraio:

LUNEDI * MMA / Jujitsu – Corso pk -> forza pull+ condizionamento

MARTEDI * recupero attivo -> tango

MERCOLEDI * forza push + tec. parkour

GIOVEDI * corso pk -> forza pull + tec parkour

VENERDI E / O SABATO* forza push + tec  parkour

Primavera, ardere di nuovo

Ecco, non pensavo avrei più scritto, e invece a distanza di quasi 4 mesi (distanza non casuale), ho ritrovato un attimo di tempo e voglia per mettere giù le idee di questi ultimi mesi.

Il motivo principale dell’interruzione come descritto nel precedente post è che sono stato molto preso dalla preparazione dell’allenamento per l’adapt2 e per le lezioni dei corsi che seguo, che dovevano essere autovalutate e tracciate. Cosi’, anche la necessità di compilare il blog per avere una linea degli allenamenti personali e dei corsi, è venuta meno.

Inoltre , come per fortuna a volte accade, lungo il percorso si incontrano splendidi compagni/e di viaggio che mutano priorità, desideri e sogni. Incontri che non capitano spesso, anzi, molte poche volte e che non possono non assumere valore se si segue il proprio istinto. Che per fortuna, se da un lato distolgono da obiettivi prefissati, danno nuova energia, motivazione e supporto.

I mesi di dicembre, gennaio e febbraio sono cosi passati seguendo una preparazione fisica principalmente, ma anche tecnica su alcuni particolari. Contraddistinti da qualche piccolo acciacco, ma per fortuna nessun infortunio, e sopratutto da una influenza con bronchite che mi ha messo ko per 2/3 settimane.

Ho preso di riferimento i punti fisici che già avevo verificato come gli anelli più deboli e ho cercato di lavorarci, lasciando da parte quasi ogni altra attività. Sopratutto trazioni e muscle up , ma anche scatti, piegamenti sulle braccia, tenute isometriche (sedia) e per finire esercizi di “military press” al bilancere o kettlebell per avvicinarmi ai maledetti piegamenti in verticale completi.

Sulla tecnica ho lavorato molto sui running precision, monkey precision e doppi passi.

Nel frattempo comunque sono capitate altre cose: WinterWave a inizio dicembre a Padova; due o tre giri in montagna con la neve, ciaspole al seguito; la ricerca di nuovi spot, materiale e sedi per i corsi compresi quelli ad Omegna; 3 SNT impegnativi da proporre ed eseguire.

Infine l’esame è arrivato. Sulla sessione di esame è già stato scritto molto 1,2,3 , 4, parole che condivido praticamente al 100 %. Se devo aggiungere, a mente fredda qualche particolare mi viene da dire che la verà difficoltà e il vero successo sta nella resilienza dei partecipanti, del non mollare fino alla fine e che sopratutto dal considerare che ogni movimento e ogni esercizio deve essere padroneggiato assolutamente in media, e non a livello di massimale. Questo perchè , per come è disposto l’esame ha mostrato , come principale difficoltà, il mantenere la freschezza mentale e fisica anche in una situazione di estremo stress. Prove fisiche che, prese singolarmente non ho troppe difficoltà a completare in quasi qualsiasi momento, eseguite dopo 6/8 ore di sforzi sub massimali sono diventate, aime’, impossibili.

Credo che questo sia il mio dispiacere principale, ma ovviamente una preparazione su questa lunga distanza non era possibile, e nonostante forse avrei potuto inalzare ancora un po’ i massimali, la combinazione di stress fisico, esaurimento energetico, stanchezza mentale era totalmente impossibile da preparare. In compenso, sento di essermi difeso in tutto, dove le mie qualità fisiche prevalgono ovviamente con maggiore facilità, e sopratutto non ho mollato fino alla fine, ultimo secondo.

Tecnicamente, nonostante alcune prove non eseguite fossero sicuramente alla mia portata con qualche secondo in più e un po’ più di freschezza nelle gambe, e altre invece fossero fuori portata per essere eseguite con ragionevole sicurezza, ho percepito alcune cose in maniera davvero positiva, stringendo i denti dove potevo farlo e cercando la residua esplosività nei movimenti che la richiedevano.

Altro particolare: sono estramente felice che a 32 anni passati, quasi 8 di pratica, ho concluso i  giorni più devastanti possibili , sommati ai 4 mesi di preparazione, senza infortuni seri o cronici. shit happens, come dicono gli inglesi, ma davvero non potevo sperare o pragrammare meglio sotto questo punto di vista. Sicuramente rifletto che sono più conservativo di quanto potrei/dovrei per avere prestazioni, ma forse questo mi garantisce una pratica sana, e una vita senza medicine….essere e durare potrei dire, ma anche semplicemente essere in forma per fare una passeggiata con mia figlia.

Ora, al di là dei risultati che attendiamo (ad ore, nel momento in cui scrivo), non posso che essere felice. So che matematicamente, rispetto ai parametri che suppongo, sono fuori. La percentuale di errore era davvero minima, considerando l’intensità dei 3 giorni, sono previste in sostanza solo mancanze occasionali e non strutturali. Ma il percorso per arrivarci, le persone che mi hanno accompagnato e supportato e sopportato, l’esame in se come esperienza per valutarsi e per superare ogni limite, la condivisione dello spirito e della fatica con altre poche persone, fa di questi ultimi 4 mesi comunque un’esperienza definitiva che ricordero’ per sempre.

Ora, a 3 settimane dall’esame il corpo è ancora affaticato, sicuramente in leggero sovrallenamento. La mente invece è calma e pare avere aquisito un una visione un poco più ampia delle mie possibilità e una nuova sopportazione della fatica. Vorrei riporvare tutto quello che ho fallito, proprio perchè sono le sfide aperte che lasciano infiammare la passione di nuovo, ma devo attendere almeno che il corpo sia riparato e pronto.

Intanto ho ripreso un po’ di arrampicata e Jujitsu/mma, cercando di riaprire discorsi lasciati in sospeso e sopratutto per un po’ cercando di seguire solo quello che ho voglia davvero di fare, senza tabelle e punteggi. Prossimamente qualche info in più su corsi, workshop e outdoor futuri!

Ora cerco anche un po’ di meritato riposo, anche con le persone che vorranno condividere tutto questo con me.

 

 

 

 

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