pktip 9 – outdoor parte due

Anche questo pktip 9 è ancora un video. Ho sempre pensato che si debba dubitare, almeno un po’ , di chi parla tanto e fa poco e quindi mi sembra sincero mostrare qualcosa. Ho sempre preferito lo scambio dal vivo, ma penso che su di una scala di persone un po’ più vasta il video possa essere un ottimo mezzo.

Questa volta viene mostrato un percorso di salita e uno di discesa fatto da due persone diverse.

Questa volta i principi e le idee sono due:

1 – come sia possibile utilizzare l’esplorazione e la costruzione di “una via” in un allenamento di parkour.

2 – come un allenamento outdoor di parkour possa prendere forma attraverso la realizzazione di un percorso che si sviluppa in buona percentuale in verticale.

 

Nelle diverse e molteplici modalità di allenamento, l’esplorazione è sicuramente una delle più affascinanti del parkour e obbligatoriamente ricoperta solo in ambiente esterno alla palestra. E’ sicuramente uno degli aspetti meno “movement based” e più “task based”: cioè non importa che movimenti andrai ad usare, non importa in fondo nemmeno se sono parkour o altro, l’importante è che ti permetta di esplorare e scoprire nuovi posti (che possono essere limitati nello spazio a 1 metro come possono essere intere vallate), e di farlo con sicurezza , rapidità ed efficienza, lasciando il tempo e l’attenzione per goderti quel che hai attorno e quel che stai facendo.

In questo caso l’esplorazione di edifici come spesso succede in montagna fa pensare che sia nell’animo umano esplorare e scoprire qualcosa in loro stessi attraverso il confronto con lo spazio e l’ambiente circostante. Inoltre il parkour puo’ portare all’eplorazione verticale : di certo ci permette un analisi e un vissuto più tridimensionale dello spazio, pochissimi alzano gli occhi per capire cosa hanno sopra di loro e che esperienze possono ricavarne.

Dal punti di vista dell’allenamento fisico, questa è sicuramente una delle parti che rende il parkour qualcosa “oltre” il funzionale. Ci permette di esplorare lo spazio reale, di affrontare le altezze prima scalandole, e poi ridiscendendole. Se la muscle up e lo squat sono esercizi funzionali, è quando mi arrampico verso l’alto e quando salto il basso che passo dall’allenamento funzionale, alla applicazione pratica, senza sorta di finzione o attrezzatura predisposta.

Nel caso di coach, è in questi momenti che la nostra funzione diventa quasi più quella di guida, di trovare una via non impossibile ma impegnativa, e di rendere affrontabile con la giusta e valutata sicurezza il percorso da parte di tutti gli eventuali partecipanti. Se anche da soli, avere l’intelligenza e l’esperienza per costruire un proprio percorso esplorativo è fondamentale.

Infine, diciamo subito che non solo non è necessario salire in alto, o esporsi a rischi. Nessuno cerca adrenalina per il gusto di sentirla. Siamo preparati da anni con movimenti a terra e lo scopo di alzarsi dal livello del terreno non è altro che : esplorare nuove situazioni e dirigire la nostra preparazione all’affrontare sfide diverse. Sono cose che si costruiscono con anni di allenamento.

Infine grazie a Mattia che si è messo in gioco nel video, e a Marco, che se anche invisibile ha portato avanti contemporaneamente al video la parte più importante e nascosta.

 

 

PKTIP 8 – allenamento outdoor

Questa settimana , ho deciso di scrivere meno e far vedere di più.

Un piccolo riassunto di un giorno di allenamento (più un pezzeto del secondo). Ho raccolto un po’ di movimenti che volevo ripetere, quancuno nuovo (fatto per la prima volta nel video), qualcuno ripetuto tante altre volte, altri già fatti ma comunque abbastanza tosti.

Cosa voglio sottolineare: che per compiere alcuni movimenti serve meno forza (intesa come parametro condizionale) di quanto si pensi, se la tecnica è corretta. Ancora una volta, quanto meno, la forza e la resitenza non bastano, bisogna applicare, e per la maggior parte dei movimenti nel video senza una capacità di espimere potenza ed esprimerla con i giusti parametri coordinativi non avrei alcun risultato. E in ogni caso, come si nota in alcune risalite sul muro, a volte adattarsi all’ambiente è altrettanto importante che esprimere un livello di forza assoluto elevato. Nel video ci sono, senza entrare nello specifico delle tecniche di parkour: scavalcamenti, salti, arrampicate, di diverso tipo. Ripetuti più volte.

Spesso non si sa o non si capisce cosa sia un allenamento di parkour, all’aperto sopratutto. A volte sembra un caos di movimenti, provati un po’ qui e un po’ li in base al proprio piacere. Invece ci sono delle modalità di ripetizione che possono definire la pratica “allenamento”: alcune sono assodate e conosciute dalla maggioranza dei praticanti, altre sono sperimentali e in definizione.

Nel mio esempio la modalità è la seguente: scelgo uno spazio, scelgo degli ostacoli al suo interno, scelgo una maniera di superarli (con dei vincoli a cui mi attengo), ripeto con la maniera scelta 10 volte. Ripeto. In questa sessione ho volutamente scelto ostacoli e passaggi che comprendessero questi tre schemi di base, appunto, scavalcamenti, arrrampicate, salti.

Altra cosa findamentale: oltre a cercare la tecnica corretta, e l’espressione di potenza l’allenamento all’aperto ci insegna a convivere e a prendere confidenza con graffi, taglietti, calli, tutte sensazioni che permettono al corpo di sperimentare questi piccoli “disagi” e registrarli come normali o addirittura appaganti. Rendere questa interazione “reale” con il mondo esterno una parte dell’allenamento conferisce alla “forza” allenata ancora una volta un’applicabilità assolutamente maggiore.

PS: se siete interessati, quest’estate preseguiranno i corsi outdoor Parkourwave.

PKTIP 7 – Metodologia Allenamento – potenza

E’ da un po’ di tempo ormai che noto esserci dei parametri condizionali dell’allenamento che sono facilmente riscontrabili nella popolazione e facilmente allenabili, mentre altri molto più difficilmente riescono ad essere esposti all’attività sportiva pratica.

Quel che mi capita è che molte discipline outdoor che vengono praticate si basano prettamente su una spiccata resistenza organica, associata con una buona resistenza alla forza. Pochissima attenzione alle capacità coordinative, pochissima attenzione alla mobilità, tassi di infortuni che si elevano.

Negli adulti, appasionati di sport o con un mindset già abituato allo sforzo e alla fatica, pronti a sapere che un po’ bisogna soffrire per allenarsi e ottenere buoni risultati, non è difficile strappare prestazioni di resistenza, e quando la resistenza organica o alla forza comincia a essere limitante, è facile ed abituale trovare fenomeni compensatori che permettano di procedere con l’allenamento. Ma questo, se la mia attività lo richiede, puo’ anche essere concesso (corsa, corsa in montagna, arrampicata..) e sopratutto la ritengo una capacità FONDAMENTALE (la resistenza) per svolgere un qualunque lavoro fisico in mondo reale (rappresenta la dimensione del mio serbatoio di combustibile e difficilmente vado lontano con un litro di benzina, qui è possbile trovare qualche spunto per la resistenza e il parkour).

Stessa cosa succede nel parkour: spesso gli allenamenti di condizionamento si basano su questi parametri condizionali e difficilmente se ne esce seguendo workshop e raduni, dove, a mio parere, un po’ per pigrizia un po’ per tradizione un po’ per “iniziazione”, spesso si ripetono le stesse routine.

Questo mi ha fatto riflettere e notare come ci fosse un doppio squlibrio: da una parte si svolgono allenamenti cosi diversi  dal gesto che poi andro’ ad eseguire, rinforzando la sensazione illusoria di essere pronti a chi gode già di una sufficente resitenza perchè magari arriva da altri mondi, e allo stesso tempo aumenta il divario tra chi è geneticamente predisposto per lavori veloci e di potenza.

Perchè si, oggi vorrei parlare del fattore Potenza, cioè la capacità di esprimere forza più velocemente possibile: parametro oggettivamente indispensabile per la pratica del parkour, ma in realtà fondamentale per poter essere efficienti in qualunque gesto sportivo o fisico nel mondo reale.

Questo parametro è fortemente influenzato dalla costituzione genetica delle fibre muscolari e dai programmi di azione veloce nervosi, parametri genetici difficilmente allenabili: ecco che, con poco sforzo, chi è già predisposto non avrà bisogno di molto tempo e potrà esprire facilmente questa caratteristica; per tutti gli altri, a furia di fare allenamenti che portano all’opposto (resistenti, ma lenti), la forbice di competenza aumenterà d’ampiezza ed ecco che sentiremo’ la frase :”questo non fa per me”.

Niente di più errato, semplicemente è necessario concentrarsi su questo tipo di allenamento, dopo ovviamente essersi garantiti un condizionamento generale buono , cosi’ come un grado di forza e mobilità adeguato. Certo è più difficile e complesso, ma banalmente, un’attività in cui è necessario svolgere elementi ad alte potenze per compiere un gesto, comporterà un condizionamento verso questo aspetto. E il parkour ne è sicuramente un esempio lampante.

Questo vale nel parkour, ma anche in tutte le eventuali discipline miste in cui ad una resistenza di base organica, vanno intervallati momenti di forza esplosiva fondamentali e a volte decisivi per la buona riuscita della pratica.

Quindi, se potete correre 5 km in 20 minuti ma non potete saltare 3 gradini da fermo, se potete camminare per 20 km ma non potete tirarvi su da un ramo, se potete fare 100 burpess ma non lanciare una pietra da 10 kg,  provate a pensare se potrebbe essere utile variare qualcosa, sopratutto se queste operazioni posso aiutarvi nello sport che praticate, o ancora più importante a stare bene nella vita di tutti i giorni.

Il parkour non puo’ che essere una fonte fondamentale di espressione di potenza ( e credo che buona parte del suo fascino visivo derivi da questa espressione) e ci lega in maniera indissolubile al fatto che essere forti o resistenti è necessario , ma non sufficiente, per spostarci e superare ostacoli in maniera veloce ed efficiente; è un metodo di allenamento dove principalmente con l’utilizzo del proprio corpo interagendo con l’ambiente, possiamo sviluppare attributi come potenza e velocità e renderci subito conto della loro importanza.

Come ? Quanto ? Dove? non è facile da dirsi. Proveremo ad approfondire in qualche prossimo articolo.

 

 

 

 

 

PKTIP 6 – Metodologia Allenamento – intro

Spesso, per studio e per semplice passione , ho pensato come l’allenamento del parkour potesse essere ricondotto alla metodologia dell’allenamento classica.

Non essendoci dati e letteratura specifiche (o pochissime informazioni), in realtà il lavoro è molto difficile, perchè si è sempre trattato di trasformare quanto presente in un livello di dettaglio sufficiente affinche’ sia utilizzabile per il parkour. Non credo di essere io la figura più informata scientificamente per portare un simile approfondimento a compimento, ma in ogni caso mi piaceva l’idea di costruire qualcosa, anche fosse solo per iniziare.

C’è anche da dire che nel parkour, non avendo competizioni e non avendo “risultati” matematici certi, ma essendo un processo di trasformazione e di automiglioramento, puo’ portare fuori strada seguire le regole della scienza e della metodologia. E’ bene SEMPRE ricordarsi che siamo in un altro ambito.

Cio’ detto, per esempio leggendo il libro di Ryan Ford “Parkour Strength Training”, si nota come in chiave “americana” e legata alle competizioni stile Ninja Warrior si sia già sviluppato un approccio scientifico orientato alla prestazione, che non di meno puo’ avere degli interessanti risvolti nella pratica e nell’allenamento del parkour di ogni giorno (e poi diciamolo, le tabelle con requisiti e allenamenti esistono anche nel parkour).

Ovviamente non è un lavoro per il pktip, quindi oggi vorrei solo concentrarmi su una cosa: volume ed intensità per quanto rigurda la parte di potenziamento a corpo libero. Argh, solo? 🙂 Semplificherò:

Spesso, l’unico parametro su cui si gioca del parkour è il volume. Sai fare 10 piegamenti sulle braccia? bene fanne 20. Ne sai fare 20? bene fanne 30. E via così.

Questo è un metodo sicuramente valido, sopratutto finchè rimango su numeri bassi (appunto 10,20..) Ma poi? ha senso progredire in maniera lineare nel numero di ripetizioni o nel numero di set? Secondo la teoria dell’allenamento no, perchè prima o poi andrò incontro ad uno stallo andando a modificare un solo parametro allenante. Inoltre, importanti requisiti come forza massima, forza esplosiva, forza veloce rischiano addirittura di PEGGIORARE, sopratutto se non sono geneticamente predisposto, andando ad agire in modo selettivo su fattori biologici che sfruttano la forza resitente e la resistenza alla forza.
E’ necessario, allora, incidere anche sull’intensità. (per inciso, l’intensità in letteratura non è la fatica percepita a fine serie, ma è la percentuale di carico rispetto al carico massimo). Che maniere ho per incidere sull’intensità di un esercizio a corpo libero? Almeno 3:

1-aggiungere peso (zavorrare)

2-aumentare il braccio di leva (aumenta il carico)

3-ridurre il numero di leve articolari

Quindi, o mi carico un giubbotto zavorrato, o alzo i piedi sopra un rialzo o levo un braccio (banali esempi). Tutte queste opzioni non sono esattamente la stessa cosa, hanno dei vantaggi e svantaggi (che vedremo) ma la cosa più interessante è che mi permettono di non dover agire solo sul volume aumentando le rep totali, ma , a parità di rep (o anche meno) andare lavorare su parametri fisici necessariamente più funzionali al parkour (esplosività e forza massima).

In questa modalità, inoltre, potremo non lavorare a cedimento (come spesso capita sul volume), ma potremo andare a lavorare dal punto di vista nervoso, risparmiando il corpo dal cedimento fisico e lasciandoci più energie per gli allenamenti tecnici o del giorno dopo.

Cerchero’ di affrontare in maniera spot altri argomenti di questo tipo e di approfondirli in maniera adeguata!

Train and Smart and Hard 😉

 

PKTIP 5 – la planche

Nei primi 3 pktip abbiamo visto come esercizi “condizionali” e standard in tanti Workout o WOD, come il burpee, il sit up, il box jump, siano in realtà delle estrazioni di movimenti naturali, che possono assumere tantissime sfumature diverse.
Nel parkour, fino a qualche anno fa, ci si riferiva a qualunque movimento permetesse la risalita sopra un ostacolo al quale si era rimasti appesi con le braccia con il nome “la planche” ( da non confondere con la posizione di “plank”).  Era il momento in cui la funzione prendeva il sopravvento sulle differenze più o meno sfumate del movimento, prima che climb-up e muscle-up fossero  introdotte dall’inglese come parole e concetti.

Chi ancora oggi si chiede come mai ci si riferisse a quella famiglia di movimenti con “la planche” lo puo’ capire dal video che segue:  “la planche” , cioè la tavola, era ed è lo strumento di esercitazione dei pompieri francesi, da cui sappiamo il parkour ha ricevuto influenze importanti.  Molte interessante anche il movimento di “reverse” planche, per scendere sfruttando esattamente lo stesso principio che ci ha fatto salire.

Detto questo, sarebbe interessante sapere chi facendo allenamento funzionale, CrossFit, preparazione alle varie OCR o qualunque altra disciplina di preparazione, correla i movimenti di trazione o di “muscle up”, all’effettiva funzionalità del movimento: tirarsi su, issarsi sopra un ostacolo a cui si è appesi. Mai pensato?

Ora, anche per capire l’efficacia e l’efficienza della vostra muscle up, che sia alla sbarra, agli anelli, con kipping o senza kipping vi suggerisco, l’avete mai applicata nel mondo reale? Per salire sopra un muro? Sopra un albero? sopra quel tubo, sopra quell’ impalcatura? Come utilizzare al meglio la parte inferiore del corpo, se cambiano le inclinazioni o se i piedi possono appoggiare su una superficie? Giocando, esplorando, improvvisando. Nel video qualche idea:

Pensateci: nel caso estremo di doversi difendere da un attaco violento, sarà la Fit Box o avere affrontato combattimenti reali che vi farà sentire pronte e pronti?

Infine, qualcuno potrebbe chiedere, perchè? Che mi serve? Ancora una volta scoprirerete che interagire con il mondo reale e non standardizzato della palestra vi permetterà di esplorare in maniera molto più completa e profonda le vostre capacità. Sapere di poter fare una cosa, in tutte o quasi le condizioni, ci regala una liberà fisica e mentale incredibile e nel lontanissimo caso possa servirvi nella vita reale, non dovrete chiedere una sbarra regolamentare mentre l’invasione zombie è alle porte! 🙂

PS: sono convinto che la forza esplosiva sia una skill, e chi facilmente fa una o più muscle up senza kipping, troverà giochi da ragazzi quanto si vede nel video. Allo stesso tempo, non è NECESSARIO essere dei ginnasti professionisti per arrampicarsi un albero o su un muro e fare parkour, e il video lo dimostra.

PKTIP 4 – Pratica non performativa

Tra le maniere di vedere le arti Arti e le discipline sportive (Parkour e Arte dello Spostamento),  una delle possibili categorie è quella delle arti performative. Cosa significa? Che se per alcuni sport il fine ultimo è la competizione e l’agonismo, per alcune arti lo scopo è quello performativo, cioè di compiere una “messa in scena” solitamente per suscitare un’emozione e una riflessione in un pubblico che assiste alla performance. Teatro, danza, giocoleria, tutte le discipline circensi, alcune arti marziali: attraverso il movimento e la costruzione di un insieme di suggestioni, passare un messaggio attraverso una comunicazione coorporea.

Arte Performativa è cosi definita (cfr, wikipedia):Le arti performative sono forme artistiche in cui l’opera consiste nell’esecuzione di un determinato insieme di azioni da parte dell’artista di fronte ad un pubblico. L’espressione artistica è veicolata soprattutto dall’uso del corpo dell’artista – a differenza delle altre forme artistiche, in cui l’opera è costituita o mediata soprattutto da oggetti extracorporei.

ma, più in generale, la parola Arte è cosi’ definita (cfr, wikipedia):L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana – svolta singolarmente o collettivamente – che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza

Bene, se quindi creatività, espressione, estetica, tecnica, abilità e norme siano definenti la parola Arte, al contrario non c’è necessità di spettacolo o pubblico. E’ un’espressione del creatore, dell’ “artista”,ed il fatto che permetta di comunicare qualcosa è una conseguenza che le arti sfruttano per poter arrichire l’animo umano degli eventuali spettatori. Ma la loro presenza non è necessaria alla creazione.

Oh ma che è sto pippone? Boh, cercavo di dare un background con 4 righe rispetto ai 2000 anni di storia dell’arte. Mi sembra possa andare no? 🙂

Ovviamente no, è ma tutto questo è per dichairare una cosa di cui sono convinto e che credo sia IL PIU’ GRANDE FRAINTENDIMENTO: il parkour, in tutte le sue accezioni, fin dall’orgine, NON e’ PRATICATO COME ARTE PERFORMATIVA. Provo riscriverlo, perchè la’ fuori sono convinto ci sia una gran incomprensione su cosa facciamo: i nostri allenamenti, la nostra pratica NON E’ UN CONTINUO SHOW, non è basata SUL FARE VEDERE AGLI ALTRI, non è basata su una performance o un’esibizione.

La stragrande parte del tempo di pratica e di allenamento viene passata molto umilmente a costruirsi le abilità per potersi muovere in maniera effciente e sicura, o a cercare di affinare le proprie tecniche, a lavorare sulle proprie paure e limiti. Certamente imparare a muoversi bene, con grazia, è uno degli scopi, ma mai in chiave esibizionistica. Anche movimenti meno “utili” ,più acrobatici o creativi, sono utilizzati esclusivamente per una ricerca personale, per scoprire cosa si puo’ fare con il proprio corpo in relazione all’ambiente.

Tolto chi pratica senza nessuna base, che potrebbe avere anche dei fini esibizionistici che vengono smontati abbastanza velocemente di solito, ci troviamo molto davanti a performance richieste dai media, dallo spettacolo, di BASSISSIMA qualità artistica: nessuno ha mai svolto una benchè minima ricerca in quest’ambito, e i risultati sono quelli di scimmiottare cio’ che viene richiesto dallo sponsor di turno.

I Video sono ancora un’altra dimensione di show, dove i risultati sono sicuramente migliori in quanto strumento utilizato da chi pratica fin dall’inizio. Ma il grande fraintendimento ,anche nei video, sta tra i tempi e i modi in cui si realizza un video per condividere le idee o chiedere verifiche dei propri risultati contro i tempi e i modi in cui i video diventano solo dei continui e un po’ inutili showreel, in cui ogni giorno di pratica viene ripreso al solo scopo di esistere nel mondo dei social.

Nonostante tutto questo non solo penso ci sia una buona maniera di rende il parkour performativo, o di integrarlo in altre arti performative (ad esempio nel teatro danza), penso anche sia uno ambito di ricerca davvero molto interessante: questa cosa andrebbe pero’ fatta con un gran lavoro ancora totalmente inesplorato.

Questo non toglie quale sia l’anima e le basi del parkour: chi pratica e si allena, seriamente, con passione, lo fa puramente per se stesso e spesso lo utilizza come strumento, per migliorarsi, per allenarsi, al di fuori di qualunque forma di espressione artististica performativa.

Questa è una riflessione interna, a chi pratica parkour e a tutti quelli che hanno un ruolo attivo nel movimento, ma ancora più esterna: se pensate che praticare parkour sia fare salti e acrobazie per il sollazzo del pubblico più o meno virtuale, cosi’ non è IN NESSUNA MANIERA.

Ora, mi serve un Workout, per fissare questo PKTIP.  Bene, vi propongo un classico allenamento di Parkour, appositamente il più umile e terra a terra possibile: la cosa che più contrasta esteticamente con una performance, ma che eventualmente ne puo’ costruire le fondamenta:

TUTTO OUTDOOR, scegliete un’ambiente che vi piace, e pensate se questa puo’ essere considerata un’esibizione (nel video un esempio paraziale di questa sessione):

1-  riscaldamento, equilibrio su ringhiera, collezionare 5′

2 – riscaldamento, tenuta plank con deficit arti in appoggio  5′ se possibile senza pause

3 – quadrupedia avanti e indietro 10′ (Se possibile no pause, altrimenti al bisogno)

4 – posizione di sedia a muro 30 secondi + scatto trenta metri x 5 volte

5 – appeso ai rami,  compio un giro intero intorno ad un albero, posso aiutarmi con i piedi in appoggio su rami o tronco dell’albero, non a terra.

6 – step vault 30 volte a destra 30 volte a sinistra (scavalcamento con una mano e piede opposto in appoggio sull’ostacolo)

7 – appensione per 1 minuto x 3 volte ad un ramo.

Buon allenamento!

ps: qualche parte del video è leggermente velocizzata per non annoiarvi troppo.

pps: se volete approciare l’equilibrio su sbarra, o volete approfondire l’argomento vi rimando al blog del caro compare Paloz : http://animalscholar.blogspot.it

PKTIP 3 falling – contatto

Partiamo dall’idea che cadere sia una paura innata: dalle altezze certo, ma per molti di noi anche il timore di cadere dalla posizione eretta. Certo puo’ essere pericoloso, sopratutto in alcune situazioni e certo psicologicamente ha una serie di risvolti : dal perdere il controllo, al sentirsi umiliati dall’errore, all’accettare una sconfitta (Come spesso viene intesa la “caduta”).

Ma se andiamo un po’ più a fondo, cadere, come tutte le fobie, fa paura sopratutto perchè non sappiamo cosa avverrà: è solo addentrandoci che possiamo capire cosa accade e sopratutto essere pronti  all’evenienza. Consideriamo che ultimamente ho visto post con più di 100 commenti sulla pericolosità della presa nella panca…tanto per capire che l’esposizione al rischio è spesso una questione davvero poco percepita negli allenamenti “da palestra” e invece cosi’ utile nella vita di tutti i giorni.

Le cadute sono la parte fondamentale di tante discipline e arti marziali, in giapponese “Ukemi” (Grazie a chi mi ha insegnato tutto questo, prima di tutti). Nel parkour si allena il roll, ma spesso anche un concetto che si chiamo Parkour Defence: costruire le difese per quando le cose non vanno come ci aspettavamo. Le quadrupedie, e tutta la parte di ginnastica naturale da sempre usata nel parkour come condizionamento, sfruttano l’appoggio del pavimento per prendere forma.

Vorrei concentrami unicamente al contatto con il suolo. Soprattutto perchè il suolo è il nostro primo”ostacolo”, è sempre presente ovunque e la possibilità di interagire è infinita. Inoltre spesso viene percepito come un limite inviolabile, mentre invece possiamo scoprire che tramite il contatto del nostro corpo con esso e la protezione degli  impatti ci permette di muoverci con più sicurezza e addirittura espimerci attraverso di esso.

Vorrei utilizzare quindi alcuni esercizi che ne sfruttano l’interazione: partiamo da questo esercizio,  il crunch o sit-up , cosi’ controverso per la sua fama di causare più mal di schiena che altro (ma va be’ questo è un altro discorso).pensiamo invece alla sua “funzionalità” o in generale, a quale movimento Naturale è associato? Come dice il nome dovrebbe essere il principale movimento con cui alzarsi da terra: All’inizio del video ne vedete alcuni esempi. Ovviamente gli addominali non funzionano da soli, ma in concerto con tutto il corpo, e la mobilità sarà una chiave fondamentale.

Ma è cosi facile? Ci avete provato? Per farlo probabilmente sarà necessario un piccolo rotolamento indietro. Questo movimento, da in piedi, seduto, rotolo, e mi rialzo, non nient’altro che una prima caduta, una maniera per assorbire un impatto , per interagire con il terreno e allo stesso tempo un classico esercizio di ginnastica . Come nel video seguono alcune dimostrazioni di cadute indietro vere e proprie (ho lasciato l’audio, per lasciare l’idea dell’importanza di scaricare a terra l’impatto) e due sequenze di movimenti a terra completamente improvvisate e “buona la prima”: una più lenta e la seconda un poco più energica.

Se siete avvezzi a quadrupedie e roll potete trovare come unire in un’unica sequenza alcuni passaggi.

Se no, vedrete che muovervi in alcune sequenze a contatto con il pavimento, non sarà per nulla semplice.

Per lasciare una piccola idea di allenamento anche questa volta, provo a schematizzare :

-10 roll-up (il primo esercizio del video)

-1 roll dx + 1 roll sx + 1 roll indietro dx + 1 roll indietro sx  x 10 volte

-10 roll-up (il primo esercizio del video) risalendo su una gamba sola, 5 per gamba.

-20 rotolamenti su lato, 10 per direzione, cercando di non perdere mai contatto con il pavimento.

-in 10 minuti , provare a unire i movimenti in una sequenza.

PS: visto che i primi due PKTIP erano su burpees e saltare utilizzando delle scale e il primo OPEN wod CrossFit comprendeva dei burpees jump over (giuro non lo sapevo 🙂 ) e scrivendo (spero) anche per persone che praticano CrossFit o funzionale, non ho potuto esimermi dal provarlo. L’ultima cosa che vorrei fare è scrivere non avendo idea a chi mi sto rivolgendo.

Ovviamente è “simil” 17.1 perchè non ho ne’ gli attrezzi ne’ le modalità (ho usato un kettlebell da 24 invece che i manubri, e il burpee jump è su scale, direi che l’ho reso un po’ più intenso a occhio).

Qui sotto vedete il secondo round con 20 snatch + 15 burpees e la serie da da 20 a 30 snatch della serie da 40. In venti minuti ho completato i burpees della serie da 40.  In tutto in 20 minuti si sollevano 2400 Kg.  E il giorno dopo si sentono 😉 Daje a tutti.

PKTIP 2 – Saltare le scale

Saltare. Uno dei movimenti base del corpo umano e non di meno del parkour, da cui si origina buona parte dei movimenti specifici. L’esercizio esplosivo per antonomasia a corpo libero, lo si sfrutta e lo si allena in ogni modalità e in ogni combinazione: a piedi uniti, a singola gamba, balzi, pliometrie, verso l’alto, lungo, basso, a gambe raccolte ecc…; e spesso, si tratta solo del presupposto per poi collegare tecniche più difficili o specifiche per superare ostacoli.

Saltare in se, con le giuste progressioni e metodologie, è un ENORME potenziamento degli arti inferiori, in particolare riguardo a esplosività e rapidità. Vedo invece che al di fuori del parkour o in certe preparazioni atletiche difficilmente saltare diventa un esercizio esplorato nella sua complessità , sia condizionale sia coordinativa, e che spesso la pliometria viene vista come un esercizi da evitare o eventualmente limitare il più possibile. Come spesso accade, si confonde la pericolosità di un esercizio con la propria impreparazione ad affrontarlo.

L’esercizio che è utilizzato nella maggior parte dei casi nell’allenamento funzionale o nel CorssFit è il box jump; non ho mai capito perchè sia l’unico affrontato in tutto il ventaglio di salti e balzi che siamo potenzialmente in grado di fare con estrema utilità sia dal pnto di vista atletico, sia in qualunque gesto quotidiano.

Così propongo 3 esercizi aggiuntivi  per completarlo che sicuramente avranno anche riflessi positivi sul box jump e nell’espressione di potenza e forza veloce a corpo libero; e per farlo, vorrei presentare questo potente e gratuito mezzo di allenamento (mi dispiace per i costruttori di box di legno):

Si esatto. La scala. Va bene quella del sottopasso della stazione, quelle di casa, della chiesa o del monumento, della mulattiera di camapagna o dei gradini della piazza. Anzi provatele tutte, avere a che fare con diverse altezze, lunghezze, materiali, spessori aiuterà ad adattare il movimento a piccoli cambiamenti di ambiente e rendere subito più contestuale il vostro allenamento.

– 1 primo esercizio

Con un salto a piedi pari, da fermo, raggiungi il gradino più alto; come un box jump, ma olte che alto devo andare avanti e calcolare il punto di arrivo, senza inciampare. Come già detto nel PKTIP 1, cerca di capire cosa stai attivando e cosa no (dico solo: intera catena cinetica posteriore), con che timing, con quanta velocità e non dimenticarti di gestire l’arrivo: probabilmente da esso dipende il gradino in più che non riesci a conquistare 😉

– 2 secondi esercizio

Un po’ più coordinativo, prendo la rincorsa (basta un passo), stacco con una gamba e ancora una volta, raggiungo il gradino più alto sempre atterando su due piedi contemporaneamente. Occhio a chiudere in tempo e occhio alla mira! (e ancora, riesco ad arrivare più in alto di prima?)

– 3 terzo esercizio

salto a piedi pari da fermo , atterro a piedi pari (come l’esercizio 1 ) ma cerco di rispondere velocemente collegando un altro balzo con la stessa dinamica per  arrivare fino in fondo alla rampa, cercando di sfruttare l’atterraggio per esplodere con il successivo balzo (quanto riesco a sfruttare la fase eccentrica?quanto scendo in accosciata? quanti balzi mi servono per arrivare in fondo?)

qui potete vedere i tre esercizi:

Ed ecco una proposta per il nostro allenamento, cosi composto (recupero completi tra le serie, per dare accento all’esplosività):

esercizio 1: 3×5 @ 90% (3 serie per 5 volte di d un salto sub massimale)

esercizio 2: 2×5 x gamba di stacco @ 90%

esercizio 3: 3 x intera rampa max velocità

Consigli finali:

-cerca di preoccuparti di COME arrivi, più di quanti gradini riesci a fare, sopratutto se se nuovo in  questi allenamenti: eviterai scavigliate non volute!

-sugli atterragi seguirà PKTIP specifico…ma ti prego curali!

-il parkour negli ultimi anno ha integrato un sacco di pesistica e allenamento della forza massima tramite bilancere, secondo me è altrattanto proficuo adottare questi metodi per trasformare tutta stà forza in un’espressione pratica e funzionale, che sia per lo sport o che sia semplicemente per giocare con i propri figli!

-Nei box jump con alto numero di ripetizione, spesso avviene una pliometria “al contrario” per velocizzare la ripetizione cioè l’atterraggio avviene “all’indietro” e spesso a piede pieno: attenzione che questo non abbia completamente annullato la coordinazione nel senso più naturale del salto, cioè in avanti!

 

PKTIP 1 – il burpee

PKTIP sarà un serie di piccoli articoli con qualche spunto teorico e pratico, preso  dal parkour e dal confronto con allenamento funzionale, arrampicata, arti marziali e dalla mia esperienza di insegnamento e coaching, da cui ho ricavato queste piccole pillole.

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Spero di avere un scadenza regolare e spero vi piaccia. Partiamo subito.

Il burpee è un esercizio semplice, che nasce negli anni 30 nelle università di scienze motorie come test per il livello di fitness, reso famoso per essere stato adottato come test nell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale al fine di valutare condizione fisica e coordinazione del candidato.

Oggi è spesso usato come esercizio di ginnastica in varie forme di allenamento funzionale e portato alla ribalta dal crossfit, utilizzato come punizione o pensalità nelle corse ad ostacoli moderne. Viene quindi visto e inserito come esercizio spezza-fiato, andando facilmente vicino al massimo consumo di ossigeno e attivando grandi catene cinetiche muscolari.

Vero peccato, perchè dai burpees dovremmo e potremmo ricavare molto di più, come dalla maggior parte dei movimenti che utlizziamo come allenamento ogni giorno; proprio per la sua semplicità e immediatezza troppe cose a mio parere sono ignorate o escluse. Lo usero’ come primo episodio ma è un semplice esempio su un approccio molto più generale.

 

Partiamo dalle modalità, ho fatto 3 piccoli video uniti qua sotto,  con tre differenze nello schema motorio, a prima vista sottili:

Nel primo è la versione “strict”, come verrebbe fatto in una routine di ginnastica: il corpo è sempre teso, passo in una “frog position”, slancio le gambe tese dietro, il dorso è curvo e l’addome e i glutei sono tesi e non c’è alcuna lordosi, il piegamento avviene con le mani vicine al petto e gomiti solo leggermente aperti, in full range of motion, da braccia tese a sfiorare con il petto a terra e di nuovo bracci atese. Quindi inverto i movimenti, con raggruppamento delle gambe al petto, e seguo con salto verso l’alto teso e stabile con completa flessione delle caviglie.

Nella seconda non c’è traccia di corpo teso ma il contrario, sia in fase di discesa, sia in fase di salita il corpo si inarca, utilizzando soprattutto la schiena per generare il movimento. Il salto è generato quasi esclusivamente dalla estensione delle anche in risalita dall squat position. Le braccia non spingono nel completo arco del movimento, ma solo in partenza per sollevare il busto.

Nella terza, ho utilizzato la seconda maniera, ma eliminado un tempo in discesa, cioè le gambe vengono distese prima che le mani tocchino terra, e ho utilizzato esclusivamente , per richiamare le gambe al petto, il colpo di anca.

VIDEO

Qualcuno starà già pensado: mammamia che schifo quell’inarcamento. Mammamia che inefficente e faticosa la forma strict. Mamma mia che pressapochismo nella forma più veloce. porbabilmente in base al tipo di allenamento che siete abituati a perseguire.(Chalistenic/ginnastica, crossfit/funzionale, parkour/break dance, per fare degli esempi). Le combinazioni sono in realtà moltissime e in fondo non è nenanche cosi interessante esplorarle tutte (ma perchè non provarci, mentre vi allenate); ci bastano queste qui.Il focus è invece esattamente sull’aprire la mente a tutte le posibilità, e a capirne i vantaggi, svantaggi e riflessi sulla nostra pratica piuttosto che sulla funzionalità sul gesto specifico target o sulla nostra salute e benessere.

 

Partiamo da questo: la scelta  è volontaria o  dettata da una compensazione o incapacità di sottostare a un modello motorio predeterminato? Non faccio la versione strict perchè non so fare la versione strict ? (forse i piegamenti sulle braccia in completo ROM sono troppo duri)?

E’ chiaro che se il gesto target è il bupees stesso, esempio perchè fa parte di un WOD CrossFit, scegliero’ quello che mi permette di svolgere il maggior numero di ripetizioni con minore consumo energetico e affaticamento muscolare (soprattutto che permetta di non accumulare eccessivo lattato localmente); se invece sto eseguendo una propedeutica per il condizionamento muscolare della posizione di plank, scegliero la versione strict.

La funzionalità sta proprio nell’adattabilità: se so le differenze, se so scegliere e sopratutto so “riprogrammare” la scelta dello schema motorio per la condizione che mi si presenta davanti, allora il mio allenamento è relamente “funzionale” permettendomi davvero di mettere in gioco le mie capacità, con un’applicazione nel reale che non sia frutto di convenzioni o regole o punteggi.

Non solo, ma essere cosciente dello schema motorio utilizzato, e delle catene cinetiche o gruppi muscolari che sottostanno al movimento, posso anche porre un occhio di riguardo allo stress causato, e magari evitare la versione “d’anca” se ho problemi hai lombari, la versione “strict” se ho problemi alle spalle, la versione esplosiva se ho problemi hai polsi. Perchè è ovvio che nessun esercizio in se è dannosso, ma non sapere cosa si sta facendo, e farlo con intensità e volumi spesso oltre la propria zona allenante, quello si.

Nel parkour questi sono due esempi, dove le applicazioni del burpee sono differenti ma entrambi efficaci.

E vogliamo vederlo come movimento Naturale? Il burpee è una delle maniere per posizionarsi a pancia in giù e rialzarsi. Con piccolo balzo. Tutto qui.

Proviamo a costruirci intorno una piccola routine, cercando di non avere recuperi se non quelli fisiologici nel completarla:

10 burpess strict

10 burpees hand stand (hand stand sostituiva del salto finale)

10 burpess pull up (pull up sostitutiva del salto finale)

10 burpess tucked (salto finale con ginocchia al petto)

10 burpess esplosivi max velocità

La prossima volta che farete un burpee non sarà più la stessa noia 😉

Definiti nella pratica

Ultimamente, la presenza in TV di un programma come Ninja Warrior , dove molti praticanti di parkour hanno deciso di partecipare e di un secondo programma TV, Monument Crew, un format televisivo tra il reality , talent e fiction dove il parkour è il motivo di viaggio di 6 ragazzi in luoghi storici d’Italia, ha smosso l’opinione di chi è coinvolto nel “mondo parkour”  da qualche tempo.

Vorrei tralasciare la questione del rapporto dei media con il pubblico di massa, dell’influenza di essere uno spettatore/consumatore, dei processi di comunicazione in cui la TV interviene, l’ingresso del business, degli sponsor e dei media all’interno di fenomeni indipendenti, se queste trasmissioni siano un vantaggio o uno svantaggio, e di che tipo ; su questo e molto altro vi rimando al comunicato ufficiale di Parkourwave.

E non vorrei neanche cavalcare l’onda dei meriti o effetti positivi di questi due programmi, che ammetto possano esserci:  lo scalpore visivo dei 6 ragazzi che sicuramente contribuirà alla diffusione di massa della parola parkour o dei risultati nella trasmissione di ninja warrior che chi si allena seriamente nel parkour è in grado di ottenere, dimostrando l’efficacia e la funzionalità di una disciplina ancora poco conosciuta nell’ambito delle paestre e corsi di cross training o  functional training (a torto, evidentemente).

Tanto meno mi interessa giudicare le persone coinvolte in questa storia: nè le persone che hanno deciso di mettersi alla prova con ninja warrior, motivate probabilmente da una sana dose di sfida con se stessi e con il percorso (che ha sfiorato anche me, inutile negarlo); nè le ragazze e i ragazzi del monument crew: ognuno ha fatto delle scelte di vita e professionali che per quanto non condivida, rispetto e capisco.

Quello che mi interessa in questo momento, a titolo assolutamente personale, è capire perchè sono cosi infastidito dalla presentazione del parkour al di fuori di quel che è il suo contesto, o meglio, di quello che io (ma probabilmente, non solo io) ritengo essere il suo contesto. Sono consapevole che siamo sempre davanti a dei compromessi, e che sono il primo a viverci dentro, ma quando senti che qualcosa alle FONDAMENTA viene cambiato non possiamo più parlare di compomesso ma di destabilizzazione. Blane descrisse la cosa in un articolo: “chiamata alle armi“. Si tratta di una frattura già iniziata e che dura da anni, che a tratti sembra richiudersi ma che forse è solo ignorarsi a vicenda. La parola “armi” io la eviterei,  ma penso sia uno dei momenti in cui sia importante prendere posizione.

I due programmi hanno differenze, ovvio, ma voglio qui soffermarmi sulla possibilità, semplice e banale che il parkour (sempre cosi’ come lo conosco io) venga trasformato da queste sue ibridazioni mediatiche, piuttosto che aiutato ad essere diffuso e apprezzato in maniera genuina e corretta.

E voglio essere onesto fino in fondo:

Non mi sento un difensore dei valori, non mi sento un ortodosso o un eremita. La parola valori già di per se, mi fa venire l’orticaria. Nonostante questo, quando vedo qualcosa di bello, che funziona nel migliorare la vita delle persone e quel che ho intorno, non posso che essere felice. Bene, siamo davvero cosi’ ottusi da pensare che il parkour sia l’unica disciplina , l’unico sport, che insegna dei valori? Quanto siamo naif: ditemi uno sport dove i valori non vengono diffusi e spacciati, spesso in buona fede. Ditemi che non siete mai saliti su un dojo, o un campo da gioco, e ditemi che non insegna resilienza, rispetto dell’altro, di se stessi, autodisciplina, determinazione, forza interiore, ricerca di miglioramento…ecc ecc…

Quindi io non voglio essere e non sono un difensore del parkour per difendere dei suoi probabili valori..valori che trovo più spesso in persone che non hanno mai praticato sport, piuttosto che in tanti praticanti di parkour (me compreso), putroppo. Spesso l’IO devasta ogni buon proposito e la necessità di affermarci fa in modo che qualunque buon proposito spesso finisca sotto i piedi.

Cosa difendo , allora? Cosa mi appasiona cosi tanto? LA PRATICA. l’allenamento. lo svolgersi in azioni, che mi ha trasformato e continua a farlo ogni giorno. E’ questa pratica, che è stata cosi trasformativa per me, cosi’ potente da rivelarmi aspetti di me stesso nascosti e sopratutto reglarmi un equilibrio che per quanto instabile, è pur sempre un equilibrio. Ed è per questo che ci si appassiona al coaching, perchè  la speranza è che condividendo , insegnando,  mostrando, qualcuno scopra la stessa pratica trasformativa e non torni mai più indietro.

Sottolineo, che per tanti la stessa cosa puo’ avvenire con il karate, il rugby, la cucina , la meditazione o magari addirittura pochi fortunati con il proprio lavoro. A ognuno la sua via, a ognuno la sua trasformazione.

Ma quel che è certo che conosco la MIA pratica: io e tante altre persone l’abbiamo sempre chiamata Parkour e in una pratica comune troviamo subito come comunicare. La pratica in 10 anni è sempre stata fondata sulle stesse radici, siluppata in tanti rami, ma è sempre stata quella, con tutti i suoi gradi di libertà: Workshop e raduni, nord Italia, Centro Italia, Londra, Danimarca, allenamenti aperti, associazioni, incontri con i fondatori , Yamak , circuito UISP e formazioni ADAPT,  eccetera. Centinaia se non migliaia di persone.

Non sto parlando di trovarsi simpatici a tutti i costi, sto parlando di PRATICA, di ALLLENAMENTO: è sempre stata la stessa cosa.

E sono sicuro che sei noi cambiamo questo cambiamo tutto: cambiamo cio’ che comunichiamo, cio’ che lasceremo con i nostri insegnamenti. Non è solo questione di nome di trick o di spettacolarità, ma è proprio l’allenamento e la pratica di questi ultimi che ci determina come praticanti. E probabilmente, che identifica i valori che alla fine vogliamo trasmettere. Mi chiedo, dov’è il confronto con l’esterno della palestra? Dove è l’adattabilità? Dove è la forza d’animo? Da come ti alleni determini tutto questo.

E allora ripeto, mostrare cosa sia il parkour è definerne l’essenza. Il problema non è il trick, o la presenza dei soli trick acrobatici in sè, come non è il percorso gommoso con fiamme di fuoco, ma il fatto che cambiando la definizione di pratica porterò a diffondere una disciplina diversa, con un potere di trasformazione diverso e sicuramente non nella MIA via, quella che ho sempre conosciuto.

Faccio l’esempio al contrario, se avessi conosciuto il parkour per MC o NW, non mi sarei mai appasionato. Non avrei trovato la mia trasformazione. Tanto meno avrei deciso di insegnarlo e diffonderlo. Forse lo avrei fatto per qualcosa di altro, ma non per dei trick spettacolosi in apparenza difficilissimi o per uno show dove tre buffoni commentano le mie gesta “eroiche”. L’ho fatto perchè mi piaceva l’idea di uscire la sera, al buio, a cercare come muovermi diversamente in città e correre fino a farmi bruciare i polmoni dal freddo. Saro’ pazzo ma è cosi, sono certo che è così per molti altri che iniziano ancora oggi.

Dunque il mio vero dispiacere sarebbe vedere queste fondamenta cedere, spostarsi e magari crollare. Diventare tutti attenti alle mosse, all’abbigliamento, ai parkour park dove provare i trick. Perdere LA PRATICA, la trasformazione, e un po’ dei valori (orticaria) che questo porta.  Come onde, resistiamo flusso dopo flusso.

Ps: un tempo ai due approcci di pratica diversa si indicava parkour e freerunning . Ancora oggi in rete si trovano due definizioni distinte  come se il freerunning fosse la parte acrobatica, spettacolare. Mai errore fu più grande, dal punto di vista storico: andetevi a leggere le parole di chi questi nomi li ha inventati e portati allo scoperto. MA, visto che aiutano a chiarire le idee, suggerisco di mantenere l’errore e di mantenere le definizioni divise. Si semplificherebbero le idee di molti e con buona pace di tutti, la pratica è differente, la definizione è differente, le nostre attitudini sono differenti.

Pps: seconda puntata, vorrei rassicurare tutti, non cerchiamo ne’ adrenalina a ogni costo, ne’ l’infortunio è cosi’ comune. Una pratica serena e rispettosa non ha più rischi di qualunque pratica sportiva. Dover compiere per forza un gesto a favore di camera (o di qualunque meccanismo di accettazione sociale) è invece ESTREMAMENTE pericoloso. Il parkour è una disciplina contraria alla crescita dell’Ego